Cento anni di Whisky giapponese - Scuola italiana sake
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Cento anni di Whisky giapponese

Il whisky giapponese è oggi riconosciuto a livello globale per la sua qualità e innovazione, con distillerie giapponesi che, ogni anno, ricevono premi internazionali. Quest’anno ricorre il primo centenario dalla sua prima produzione in Sol levante. E all’evento Sake Days (8 ottobre 2023, Firenze) spetterà a Daniele Cancellara il compito di guidarci in una degustazione unica di whisky giapponese.

Negli ultimi due decenni, è nata un’aura leggendaria intorno ad un prodotto del Sol levante: il Whisky.

Viene infatti spesso definito come il miglior whisky al mondo, come la miglior espressione del distillato di cereali che esista. Ma è proprio così?

Innanzitutto quella che molti pensano sia una novità, quest’anno compie ufficialmente un secolo di vita. E’ sì 100 anni di Whisky giapponese. E non è necessariamente il più buono al mondo, anche se rispecchia delle caratteristiche che lo fanno piacere ai più.

Verso la fine del 19esimo secolo, il Giappone fu inondato da un fenomeno fino ad allora sconosciuto: il turismo. Arrivò molto tardi nella terra del Sol levante, poiché, fino a pochi decenni prima, il Giappone viveva ancora in una politica isolazionista, limitando il più possibile i contatti con il resto del mondo.

Ma con l’arrivo degli Inglesi prima, e degli Americani poi, furono costretti ad aprirsi al mondo occidentale, con la Convenzione di Kanagawa. Dico costretti perché non fu proprio una scelta, fu più un’invasione politica, che serviva per poter stabilire accordi commerciali con l’estremo oriente.

Ovviamente a quei tempi non esisteva Google, e anche la letteratura sull’enogastronomia era decisamente scarsa, quindi i primi turisti, specialmente americani, tendevano a ricercare i prodotti a loro familiari, come ad esempio il whisky. Erano gli anni in cui i whisky prodotti in Irlanda e Scozia avevano grande mercato negli Stati Uniti, ed era normale che i turisti americani li chiedessero anche all’estero.

Proprio per questo, anche il Giappone iniziò ad importare whisky dal Vecchio Continente, e servirli nei bar dei grandi alberghi, nonché a venderli nei negozi di alcolici.

Naturalmente attratti da questo nuovo prodotto, anche molti giapponesi benestanti, specie nelle grandi città, iniziarono ad apprezzare il whisky, creando un mercato che iniziava ad essere interessante.

E proprio da qui nasce il sogno di due uomini, Shinjiro Torii e Masataka Taketsuru: creare il primo vero whisky Giapponese.

Siamo intorno alla metà degli anni 20 del ‘900, e i tempi sembravano maturi per creare un prodotto locale che si rifacesse allo stile internazionale.

Il giovane chimico Masataka Takestsuru lavorava per la Settsu Shuzo Company, un produttore di alcolici che si dimostrò subito interessato a creare il primo vero Whisky Giapponese. In realtà già dal 1850 circa, alcune distillerie di Shochu avevano provato a cimentarsi in questo intento, ma con risultati deludenti.

Nel 1918 la compagnia inviò Taketsuru a studiare chimica all’università di Glasgow, in Scozia, una delle patrie del whisky. Inoltre, durante il suo soggiorno scozzese, Taketsuru potè fare apprendistato in diverse distillerie, tra le quali Longmorn in Speyside e Hazelburn a Campbeltown.

Prima di arrivare a Cambeltown, sposò Rita Cowan, con la quale tornò in Giappone alla fine del 1920.

Tornato in patria però, Settsu Shuzo aveva abbandonato il progetto per il quale Taketsuru aveva attraversato il mondo, creando in lui una grande delusione.

La nascita di Nikka

Dopo tutte le ricerche che aveva fatto, rimanere a lavorare per loro lo sentiva come un fallimento, per questo si licenziò. Per fortuna la moglie insegnava inglese, e questo gli permise di aspettare la giusta occasione che non ci mise molto ad arrivare.

Infatti incontrò Shinjiro Torii, l’altro protagonista di questa storia. 

Torii credeva molto nel progetto di un Whisky Giapponese, tanto che con la sua compagnia, Kotobukiya, aveva già iniziato la costruzione di una distilleria a Yamazaki, vicino a Kyoto.

E Taketsuru era indubbiamente la persona giusta alla quale affidare il processo di produzione.

Fu così che nel 1923 aprì Yamazaki, la prima vera distilleria di Whisky in Giappone, attiva ancora oggi.

Naturalmente ci vollero anni per fare uscire il primo imbottigliamento, per la precisione fino al 1929, quando fu rilasciato Suntory White Label.

Purtroppo, il popolo giapponese non era ancora pronto, e le vendite furono scarse, e a causa di questo si accesero dei contrasti tra Torii e Taketsuru che portarono quest’ultimo a lasciare la compagnia, e fondare la propria distilleria, la Nippon Kujo, con la quale aprì la propria distilleria a Yoichi, in Hokkaido, e che poi cambiò il suo nome in Nikka.

Durante l’attesa che il whisky fosse pronto, Yoichi Distillery produsse succo di mela, per poter coprire i costi della produzione.

Durante la seconda guerra mondiale, le distillerie sopravvissero, principalmente perché rifornivano l’Esercito Imperiale, ma l’inizio della più ampia diffusione, fu proprio a termine del conflitto. 

Infatti l’esercito occupante, quello americano, era un grande amante di whisky, ma negli anni della ricostruzione era molto difficile reperire prodotti di importazione, e quindi iniziarono a bere whisky locale. 

Suntory era uscita con il Kakubin, imbottigliamento iconico presente ancora oggi, che proprio in quel periodo, gli inizi degli anni 50, iniziò il suo successo.

Vista la diffusione, anche molti giapponesi iniziarono a bere il whisky autoctono, ma perlopiù erano benestanti e uomini d’affari, i quali potevano frequentare i primi grandi bar di Ginza.

Ma Suntory sapeva che la grande fetta di mercato era negli operai e negli impiegati, ed infatti nel 1955 aprì il primo Torys Bar, un bar simile ai pub inglesi, dove si poteva bere whisky a prezzi accessibili ai più. Inoltre, siccome i distillati non sono adatti a tutti i palati, rilanciò l’Highball, un cocktail della fine dell’800, composto semplicemente da Whisky e soda. In questo modo, il distillato si poteva bere anche pasteggiando, raggiungendo una gradazione alcolica simile alla birra.

E il successo fu tale, che in pochi anni i Torys Bar (talvolta si chiamavano anche Suntory Bar) si moltiplicarono prima in tutta Tokyo, e poi anche nelle maggiori città Giapponesi.

A cavallo della Seconda Guerra Mondiale, aprirono molte altre distillerie, come Karuizawa e Hanyu, che purtroppo hanno chiuso nei primi anni 2000, per l’appunto poco prima della grande esplosione di richiesta del whisky giapponese.

E’ stato infatti proprio nel 2001 che si è iniziato a parlare di Whisky giapponese in tutto il mondo e questo per diverse ragioni anche se la più importante fu che gli importatori, ma soprattutto i panel delle grandi guide, iniziarono a conoscere e provare i prodotti del Sol levante, e a valutarli positivamente. Infatti nei prestigiosi “Whisky Magazine Awards” del 2001, Yoichi 10 Yo Single Malt vinse il premio come “Best of the Best”.

E due anni più tardi esce “Lost in Traslation” di Sofia Coppola, dove Hibiki 17 Yo fa da movente per creare una meravigliosa storia ambientata a Tokyo.

Ma questa è un’altra storia.